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Il risk management oggi: l’interconnessione dei rischi emergenti e dei rischi conosciuti

di Filippo Poletti.

Il panorama economico globale è un intricato mosaico di sfide, dove rischi noti si intrecciano con nuove minacce, creando un ciclo continuo di instabilità e adattamento. Per approfondire questa dinamica occorre distinguere tra i “rischi conosciuti” – pilastri tradizionali dell’instabilità – e i “rischi emergenti”, che ridefiniscono le frontiere della vulnerabilità. Il filo conduttore è la loro interconnessione: i nuovi pericoli non solo si aggiungono, ma amplificano e riattivano quelli tradizionali, in un meccanismo di trasmissione che richiede una comprensione sempre più sofisticata.

 

TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE SUL RISK MANAGEMENT ODIERNO

Proviamo ad analizzare il panorama attuale con una lettura sintetica che potrà essere approfondita nei momenti formativi proposti da Generazione Vincente Academy.

Facciamolo con questo schema logico:

  1. i rischi conosciuti: tasso di interesse e liquidità
  2. i rischi emergenti: cyber risk e reputazionale
  3. il rischio geopolitico: guerre in atto
  4. il rischio di transizione: physical risk e transition risk
  5. la circolarità dei rischi e il ruolo delle banche centrali
  6. il risk management nel Terzo Millennio: la gestione dei rischi emergenti che si riversano nei rischi conosciuti

I rischi conosciuti: tasso di interesse e liquidità

Tra i rischi conosciuti, il rischio di tasso di interesse emerge come un barometro economico fondamentale. Influenzato direttamente dall’inflazione, è lo strumento attraverso cui le banche centrali “accendono o spengono” l’economia. Un’inflazione elevata, sintomo di surriscaldamento, porta all’aumento dei tassi per raffreddare la domanda; al contrario, tassi ridotti stimolano l’economia in fase di stagnazione. L’inflazione, tuttavia, non è solo una variabile economica: quando intacca il potere d’acquisto è un “vero rischio di rivoluzione”, capace di generare instabilità sociale profonda, come suggerito dall’esempio delle proteste in Iran legate anche al costo della vita.

Accanto al tasso, il rischio di liquidità si conferma il “grande starter” delle crisi. Le difficoltà economiche spesso nascono come crisi di liquidità, per poi degenerare in crisi di solvibilità, mettendo in ginocchio anche aziende teoricamente solide ma incapaci di rifinanziare le proprie posizioni a breve termine. Casi come quello del fallimento della Silicon Valley Bank (SVB) del 2023 ne sono esempi lampanti.

Il deterioramento del credito, con i suoi tassi di insolvenza, rientra in questa categoria di rischi “già visti”, fenomeni che il sistema ha imparato a gestire, pur con inevitabili fallimenti, dimostrando una certa resilienza ciclica.

I rischi emergenti: cyber risk e reputazionale

La scena contemporanea è però dominata dai rischi emergenti, qualitativamente nuovi e con impatti che trascendono la sfera puramente finanziaria. Il cyber risk, intimamente connesso al rischio reputazionale, è in prima linea. Attacchi di phishing e tecniche di “ingegneria sociale”, che sfruttano la vanità o le emozioni più intime delle persone, sono amplificati dall’intelligenza artificiale, capace di riprodurre voci e creare minacce sofisticate. La vulnerabilità è duplice: da una parte i sistemi informatici permeabili e dall’altra una popolazione impreparata, con gli anziani particolarmente esposti. La conseguenza è devastante: la perdita di fiducia dei clienti a seguito di furti di dati o violazioni può portare all’abbandono di massa di un’azienda che offre determinati prodotti e servizi, e a una spirale negativa verso il default.

Il rischio geopolitico: guerre in atto

Queste minacce digitali si estendono al concetto di guerra ibrida, dove la capacità di penetrare le difese digitali di un avversario per disabilitare infrastrutture critiche, come le centrali elettriche, diventa un’arma strategica con profonde ripercussioni economiche e sociali. In questo contesto, il rischio geopolitico è tornato “prepotentemente” sulla scena, smentendo l’illusione europea della “fine della storia” post Guerra Fredda. Il diritto internazionale, in questa visione, ha fallito nel prevenire l’escalation dei conflitti, rendendo la storia nuovamente un teatro di scontri e tensioni.

Il legame tra geopolitica e supply chain è oggi più critico che mai. Eventi come la pandemia di Covid-19 o il conflitto in Ucraina hanno mostrato come interruzioni nelle catene di fornitura (ad esempio, l’acciaio dall’Ucraina per le fabbriche tedesche) possano bloccare intere produzioni. La chiusura di passaggi strategici come lo Stretto di Hormuz minaccia l’approvvigionamento energetico, in particolare per l’Asia e la Cina, rivelando come la “guerra” moderna si combatta anche sul controllo delle supply chain, con strategie volte a circondare e indebolire i rivali commerciali.

Il rischio di transizione: physical risk e transition risk

La vera sfida risiede nella circolarità dei rischi: i pericoli emergenti non agiscono in isolamento, ma si riversano nei canali economici noti, riattivando i rischi tradizionali. Disordini geopolitici e supply chain compromesse possono innescare l’inflazione, che a sua volta porta all’aumento dei tassi di interesse. Questo può generare problemi di liquidità e rifinanziamento, culminando in un rischio di default aziendale. Anche il rischio climatico, sia fisico che di transizione, contribuisce a questa spirale, svalutando asset o creando shock sull’offerta che alimentano l’inflazione.

In questo scenario complesso, il ruolo delle banche centrali emerge come meccanismo stabilizzatore cruciale. L’era del “Whatever It Takes” di Mario Draghi ha segnato un punto di svolta, elevando le banche centrali a registi delle crisi. La loro autorevolezza e la determinazione dichiarata a difendere la stabilità economica dissuadono i mercati dall’“andare contro”, poiché sanno che un tale scontro sarebbe economicamente perdente. La sola “forward guidance”, supportata da una reputazione solida, può prevenire comportamenti speculativi.

L’azione delle banche centrali, quindi, non è solo una variabile di mercato, ma il “faro” che può guidare l’economia, mitigando i rischi di tasso, liquidità e credito attraverso un’attenta osservazione macroeconomica e interventi mirati. Questa visione sottolinea l’importanza di un’autorità forte e credibile per affrontare le turbolenze economiche.

Il risk management nel Terzo Millennio: la gestione dei rischi emergenti che si riversano nei rischi conosciuti

In conclusione, il mondo finanziario è un ecosistema dinamico dove i rischi si evolvono e si influenzano reciprocamente. Comprendere questa interconnessione, dalla minaccia cyber alla geopolitica, dal clima all’inflazione, è fondamentale per anticipare le crisi e costruire strategie di resilienza. La capacità di gestire questi “rischi nuovi che si riversano nei rischi conosciuti” sarà la chiave per la stabilità futura.

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Giugno 11, 2026


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