Il quadro di riferimento: dalla normativa internazionale ISO 14064 alle direttive europee
Il percorso normativo che ha portato all’attuale centralità della Carbon Footprint è lungo, stratificato e in continua evoluzione. Il pilastro fondamentale è rappresentato dalla norma internazionale UNI EN ISO 14064, abbreviazione di International Standard for Greenhouse Gas Quantification and Verification. Nata nel mese di marzo del 2006 e recepita a livello europeo nel 2012, questa norma ha subito un’evoluzione cruciale nel 2019, adattandosi alle nuove sfide climatiche globali. Se inizialmente il focus era limitato alle emissioni dirette, l’aggiornamento del 2019 ha introdotto la necessità di misurare in modo sistematico anche le emissioni indirette lungo l’intera catena del valore.
«L’obiettivo di questa evoluzione – spiega la manager – è duplice: da un lato, contrastare il fenomeno del greenwashing e l’autoreferenzialità; dall’altro, creare un linguaggio comune che permetta alle aziende di confrontarsi su basi oggettive. La norma impone principi rigorosi di pertinenza, competenza, coerenza, accuratezza e trasparenza. Non basta più dichiarare di essere “green”; occorre dimostrarlo attraverso un metodo che sia verificabile. Questo quadro normativo non è solo un insieme di regole tecniche, ma la base su cui si fonda la credibilità dell’impresa moderna, superando la frammentazione delle dichiarazioni spontanee e approssimative che hanno caratterizzato, in alcuni casi e ambiti, il passato».
Metodologia di calcolo: confini e categorie di emissione
Per calcolare la Carbon Footprint di un’organizzazione, è necessario adottare una metodologia solida, come quella definita nel 2001 dal Greenhouse Gas Protocol (GHG Protocol), sviluppato dal World Resources Institute (WRI) e dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD). Questo protocollo si integra perfettamente con la ISO 14064 citata in precedenza. «Il primo passo operativo è la definizione dei confini – suggerisce Valentina Ubaldi –, quelli organizzativi (ad esempio, quali sedi, stabilimenti o branch includere nel perimetro) e quelli operativi (quali attività generano emissioni)».
Il GHG Protocol suddivide le emissioni in tre macro-categorie, note come Scope (traducibile in italiano come “ambito” o “perimetro”), che permettono di mappare l’impatto ambientale in modo granulare:
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– Scope 1 (emissioni dirette): le emissioni che derivano da fonti di proprietà o controllate dall’azienda, come la flotta aziendale, i generatori di emergenza o le caldaie degli stabilimenti.
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– Scope 2 (emissioni indirette da energia): le emissioni che riguardano l’energia elettrica, il calore o il vapore acquistati e consumati dall’azienda.
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– Scope 3 (emissioni indirette lungo la catena del valore): le emissioni che rappresentano la sfida più complessa e significativa. Questa terza categoria include le emissioni legate alla supply chain, ai viaggi di lavoro, agli spostamenti casa–lavoro dei dipendenti, alla logistica esterna o al ciclo di vita dei prodotti.
«La mappatura corretta di queste tre aree – chiarisce l’esperta dei temi di sostenibilità – è il prerequisito per qualsiasi strategia di decarbonizzazione seria. Senza una distinzione netta tra ciò che l’azienda controlla direttamente e ciò che deriva dalla sua rete di fornitori, il calcolo risulterebbe parziale e fuorviante, impedendo di identificare le reali leve di miglioramento».
Le fasi operative: dalla raccolta dati alla conversione in CO₂ equivalente
La fase operativa è spesso la più complessa per una PMI, che raramente dispone di un Carbon Manager o di sistemi di monitoraggio automatizzati. Il processo deve iniziare con la data collection, ovvero la raccolta dei dati primari (in particolare, i chilowattora o kWh consumati, i litri di carburante utilizzati, i chilometri percorsi o i volumi di materie prime acquistate).
A questi occorre affiancare i dati secondari, ovvero i coefficienti di emissione standardizzati che permettono di convertire i consumi fisici in tonnellate di CO₂ equivalente, l’unità di misura standard abbreviata in CO₂e: formalizzata a livello internazionale dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), è stata adottata ufficialmente nel 1997 con il Protocollo di Kyoto, successivamente superato e sostituito dall’Accordo di Parigi.
Non sempre è possibile, tuttavia, ottenere dati puntuali: «In questi casi – spiega Valentina Ubaldi – la metodologia prevede l’utilizzo di assunzioni (assumption) basate su modelli riconosciuti. Ad esempio, nell’ambito del business travel, nel caso in cui non sia possibile conoscere il modello esatto di ogni taxi utilizzato dai collaboratori, si può ricorrere a una metodologia basata sullo spending, cioè sulla spesa sostenuta: un approccio validato che permette alle aziende di ottenere una stima affidabile. La sfida, in questa fase, è garantire che la fonte dei dati sia tracciabile e, soprattutto, certificabile. È un lavoro di precisione che richiede il coinvolgimento di diverse funzioni aziendali, spesso presidiate da professionisti nelle aziende di medie e grandi dimensioni: dall’area Finance per i dati di spesa, all’HR per la mobilità, fino alla produzione per i consumi energetici».
Riduzione e carbon management: oltre la compensazione
Una volta misurata l’impronta di carbonio, l’azienda deve passare all’azione. Il Carbon Management non si limita al calcolo, ma definisce strategie di riduzione a breve e lungo termine. Il primo passo è l’identificazione degli hotspot emissivi: si tratta dei punti critici, nei quali l’azienda impatta maggiormente. Per un’azienda di servizi, ad esempio, l’hotspot potrebbe essere la mobilità dei dipendenti; per un’azienda manifatturiera, il processo produttivo nello stabilimento.
«Le strategie di riduzione devono essere concrete, con obiettivi misurabili e piani d’azione definiti – dice l’esperta di sostenibilità –. È qui che si inserisce il tema, spesso dibattuto, della compensazione. Acquistare crediti di carbonio non deve essere un modo per “lavarsi la coscienza” o evitare di ridurre le proprie emissioni. La compensazione ha senso solo come strumento residuale: si riduce il riducibile attraverso l’efficientamento dei processi – che porta anche a un risparmio economico diretto – e si compensa solo la quota che, per ragioni di business, non può essere eliminata. Questo approccio trasforma la sostenibilità da costo a investimento, migliorando l’efficienza operativa complessiva».