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Carbon Footprint: la nuova frontiera di competitività per le PMI di Filippo Poletti

di Filippo Poletti | LinkedIn Top Voice Italia.

La sostenibilità aziendale ha definitivamente superato la fase in cui era considerata un “esercizio di stile”, una mera operazione di marketing o un valore etico astratto. Oggi, per le piccole e medie imprese (PMI), la misurazione della Carbon Footprint è diventata una condizione necessaria per la competitività.

Il punto di svolta è arrivato nel mese di dicembre del 2024, con la pubblicazione da parte dell’EFRAG – l’organismo tecnico che affianca la Commissione Europea nella definizione degli standard di rendicontazione – del VSME (acronimo di Voluntary Sustainability Reporting Standard). Questo framework, nato come versione semplificata della CSRD (alla lettera, Corporate Sustainability Reporting Directive) dedicata alle grandi aziende, rappresenta la bussola per le imprese di minori dimensioni.

Sebbene il VSME sia, per definizione, volontario, la sua adozione sta diventando un obbligo di fatto. Le grandi aziende, soggette a rendicontazione obbligatoria, stanno estendendo la richiesta di dati ESG lungo tutta la filiera. Una piccola e media azienda che non è in grado di quantificare le proprie emissioni rischia oggi di essere esclusa dai processi di fornitura dei grandi player, dal settore della moda a quello alimentare, fino alla meccanica di precisione.

La sostenibilità non è più solo un valore etico, ma un dato concreto, trasparente e confrontabile. Misurare la propria impronta carbonica significa, in ultima analisi, garantire la permanenza sul mercato globale, trasformando un potenziale rischio di esclusione in un vantaggio competitivo distintivo.

 

Tutto quello che c’è da sapere sulla Carbon Footprint aziendale

Proviamo a vedere cosa c’è da sapere sulla Carbon Footprint aziendale con l’aiuto di un’esperta, Valentina Ubaldi, Head of ESG Solutions del Gruppo Zucchetti:

  1. 1. Il quadro di riferimento: dalla normativa internazionale ISO 14064 alle direttive europee
  2. 2. Metodologia di calcolo: confini e categorie di emissione
  3. 3. Le fasi operative: dalla raccolta dati alla conversione in CO₂ equivalente
  4. 4. Riduzione e carbon management: oltre la compensazione
  5. 5. Verifica di terza parte e comunicazione trasparente
  6. 6. Conclusioni: il futuro tra normative e opportunità di business

 

Si tratta di alcuni spunti che potranno essere approfonditi nei momenti formativi proposti da Generazione Vincente Academy.

Il quadro di riferimento: dalla normativa internazionale ISO 14064 alle direttive europee

Il percorso normativo che ha portato all’attuale centralità della Carbon Footprint è lungo, stratificato e in continua evoluzione. Il pilastro fondamentale è rappresentato dalla norma internazionale UNI EN ISO 14064, abbreviazione di International Standard for Greenhouse Gas Quantification and Verification. Nata nel mese di marzo del 2006 e recepita a livello europeo nel 2012, questa norma ha subito un’evoluzione cruciale nel 2019, adattandosi alle nuove sfide climatiche globali. Se inizialmente il focus era limitato alle emissioni dirette, l’aggiornamento del 2019 ha introdotto la necessità di misurare in modo sistematico anche le emissioni indirette lungo l’intera catena del valore.

«L’obiettivo di questa evoluzione – spiega la manager – è duplice: da un lato, contrastare il fenomeno del greenwashing e l’autoreferenzialità; dall’altro, creare un linguaggio comune che permetta alle aziende di confrontarsi su basi oggettive. La norma impone principi rigorosi di pertinenza, competenza, coerenza, accuratezza e trasparenza. Non basta più dichiarare di essere “green”; occorre dimostrarlo attraverso un metodo che sia verificabile. Questo quadro normativo non è solo un insieme di regole tecniche, ma la base su cui si fonda la credibilità dell’impresa moderna, superando la frammentazione delle dichiarazioni spontanee e approssimative che hanno caratterizzato, in alcuni casi e ambiti, il passato».

 

Metodologia di calcolo: confini e categorie di emissione

Per calcolare la Carbon Footprint di un’organizzazione, è necessario adottare una metodologia solida, come quella definita nel 2001 dal Greenhouse Gas Protocol (GHG Protocol), sviluppato dal World Resources Institute (WRI) e dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD). Questo protocollo si integra perfettamente con la ISO 14064 citata in precedenza. «Il primo passo operativo è la definizione dei confini – suggerisce Valentina Ubaldi –, quelli organizzativi (ad esempio, quali sedi, stabilimenti o branch includere nel perimetro) e quelli operativi (quali attività generano emissioni)».

Il GHG Protocol suddivide le emissioni in tre macro-categorie, note come Scope (traducibile in italiano come “ambito” o “perimetro”), che permettono di mappare l’impatto ambientale in modo granulare:

  • – Scope 1 (emissioni dirette): le emissioni che derivano da fonti di proprietà o controllate dall’azienda, come la flotta aziendale, i generatori di emergenza o le caldaie degli stabilimenti.
  • – Scope 2 (emissioni indirette da energia): le emissioni che riguardano l’energia elettrica, il calore o il vapore acquistati e consumati dall’azienda.
  • – Scope 3 (emissioni indirette lungo la catena del valore): le emissioni che rappresentano la sfida più complessa e significativa. Questa terza categoria include le emissioni legate alla supply chain, ai viaggi di lavoro, agli spostamenti casa–lavoro dei dipendenti, alla logistica esterna o al ciclo di vita dei prodotti.

«La mappatura corretta di queste tre aree – chiarisce l’esperta dei temi di sostenibilità – è il prerequisito per qualsiasi strategia di decarbonizzazione seria. Senza una distinzione netta tra ciò che l’azienda controlla direttamente e ciò che deriva dalla sua rete di fornitori, il calcolo risulterebbe parziale e fuorviante, impedendo di identificare le reali leve di miglioramento».

 

Le fasi operative: dalla raccolta dati alla conversione in CO₂ equivalente

La fase operativa è spesso la più complessa per una PMI, che raramente dispone di un Carbon Manager o di sistemi di monitoraggio automatizzati. Il processo deve iniziare con la data collection, ovvero la raccolta dei dati primari (in particolare, i chilowattora o kWh consumati, i litri di carburante utilizzati, i chilometri percorsi o i volumi di materie prime acquistate).

A questi occorre affiancare i dati secondari, ovvero i coefficienti di emissione standardizzati che permettono di convertire i consumi fisici in tonnellate di CO₂ equivalente, l’unità di misura standard abbreviata in CO₂e: formalizzata a livello internazionale dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), è stata adottata ufficialmente nel 1997 con il Protocollo di Kyoto, successivamente superato e sostituito dall’Accordo di Parigi.

Non sempre è possibile, tuttavia, ottenere dati puntuali: «In questi casi – spiega Valentina Ubaldi – la metodologia prevede l’utilizzo di assunzioni (assumption) basate su modelli riconosciuti. Ad esempio, nell’ambito del business travel, nel caso in cui non sia possibile conoscere il modello esatto di ogni taxi utilizzato dai collaboratori, si può ricorrere a una metodologia basata sullo spending, cioè sulla spesa sostenuta: un approccio validato che permette alle aziende di ottenere una stima affidabile. La sfida, in questa fase, è garantire che la fonte dei dati sia tracciabile e, soprattutto, certificabile. È un lavoro di precisione che richiede il coinvolgimento di diverse funzioni aziendali, spesso presidiate da professionisti nelle aziende di medie e grandi dimensioni: dall’area Finance per i dati di spesa, all’HR per la mobilità, fino alla produzione per i consumi energetici».

 

Riduzione e carbon management: oltre la compensazione

Una volta misurata l’impronta di carbonio, l’azienda deve passare all’azione. Il Carbon Management non si limita al calcolo, ma definisce strategie di riduzione a breve e lungo termine. Il primo passo è l’identificazione degli hotspot emissivi: si tratta dei punti critici, nei quali l’azienda impatta maggiormente. Per un’azienda di servizi, ad esempio, l’hotspot potrebbe essere la mobilità dei dipendenti; per un’azienda manifatturiera, il processo produttivo nello stabilimento.

«Le strategie di riduzione devono essere concrete, con obiettivi misurabili e piani d’azione definiti – dice l’esperta di sostenibilità –. È qui che si inserisce il tema, spesso dibattuto, della compensazione. Acquistare crediti di carbonio non deve essere un modo per “lavarsi la coscienza” o evitare di ridurre le proprie emissioni. La compensazione ha senso solo come strumento residuale: si riduce il riducibile attraverso l’efficientamento dei processi – che porta anche a un risparmio economico diretto – e si compensa solo la quota che, per ragioni di business, non può essere eliminata. Questo approccio trasforma la sostenibilità da costo a investimento, migliorando l’efficienza operativa complessiva».

Verifica di terza parte e comunicazione trasparente

La credibilità di un report di sostenibilità dipende dalla sua validazione. Affidarsi a strutture certificate è l’unico modo per evitare l’autoreferenzialità e garantire che i dati siano presi sul serio dal mercato di riferimento. Un ente terzo accreditato rilascia un opinion statement che attesta la conformità al GHG Protocol di cui abbiamo parlato, così come la correttezza dell’algoritmo applicato.

In questo scenario, il mercato offre soluzioni sempre più integrate per supportare le PMI. Un esempio significativo è la collaborazione lanciata nel maggio 2026 tra  Zucchetti: e TÜV Italia. Questo modello end-to-end accompagna l’azienda dalla raccolta dati – sfruttando l’integrazione nativa con i gestionali amministrativi – fino all’assurance finale effettuata da un ente qualificato e indipendente come TÜV Italia. Questo approccio permette alle PMI di superare l’ostacolo della complessità tecnica, garantendo che il proprio “bollino” di sostenibilità abbia un valore riconosciuto. In questo modo, l’azienda si protegge da eventuali accuse di greenwashing e si posiziona come partner affidabile per le grandi committenze.

 

Conclusioni: il futuro tra normative e opportunità di business

Il panorama normativo è, tuttavia, in costante evoluzione. Alla fine del mese di settembre del 2026 entrerà in vigore in Italia il nuovo protocollo europeo contro il greenwashing (basato sulla Direttiva europea 2024/825, nota come Empowering Consumers for the Green Transition), che impone standard ancora più severi sulla comunicazione ambientale: non sarà più possibile, ad esempio, utilizzare terminologie “green” o simboli ecologici se non supportati da dati certi e verificati da terze parti.

Per le PMI, questo scenario non deve essere visto solo come un onere, ma come un’opportunità strategica. L’efficientamento dei processi, necessario per ridurre le emissioni, genera risparmi operativi tangibili. Inoltre, la disponibilità di dati ESG certificati apre le porte a nuove opportunità di business: dai bandi regionali (come quelli già attivi in Emilia-Romagna) alle agevolazioni bancarie, in cui il merito creditizio è sempre più legato alla capacità dell’azienda di misurare e gestire il proprio impatto ambientale.

Il consiglio per le PMI è chiaro: non cercare di fare tutto in casa. Avvalersi di consulenti esperti e di soluzioni tecnologiche integrate è il modo più efficiente per affrontare il “primo miglio” della sostenibilità. Il 2027 sarà un anno cruciale, con l’adozione sempre più diffusa di framework come lo standard volontario VSME, di cui abbiamo parlato. Le aziende che iniziano oggi a costruire il proprio percorso di trasparenza non solo saranno conformi alle normative, ma risulteranno anche più competitive nel mercato di domani, trasformando la responsabilità ambientale in un pilastro della solidità finanziaria e reputazionale.

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Ottobre 29, 2026


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